95 anni dalla composizione “Mattina” di Giuseppe Ungaretti.


M’illumino d’immenso.

Una frase così breve eppure dal significato così profondo, due parole componenti una poesia e diventate persino un modo di dire, una frase largamente diffusa nel comune esprimersi quotidiano. Due parole cariche di un peso talvolta sconosciuto -donato dal suo autore- che potrebbero sembrare un titolo e che invece costituiscono il corpo del componimento. “M’illumino d’immenso” nasce il 26 Gennaio del 1917 per mano di Giuseppe Ungaretti ed oggi ricordiamo il 95° anno dalla sua composizione. Il testo è confluito nella raccolta “L’Allegria” del 1919 nella sezione “Naufragi” con il titolo definitivo “Mattina”, mentre essenziale ai fini della comprensione e dell’analisi testuale si rivela il titolo originario “Cielo e Mare”: quella “mattina” del 26 Gennaio del 1917 Ungaretti fu folgorato. Folgorato da un pensiero, da un’idea ,durante la Prima Guerra Mondiale quando si trovava sul fronte del Carso, rappresentante “l’illuminazione dell’improvvisa consapevolezza del senso della vastità del cosmo”. Il primitivo titolo ci fornisce la chiave di lettura per il senso generale del componimento, come lo stesso Romano Luperini afferma “indispensabile all’interpretazione corretta del significato”: Ungaretti vuole manifestare la fusione di due elementi contrapposti “il singolo, ciò che è finito, si concilia con l’immenso, ritrovando nella luce il principio e la possibilità di tale fusione”; “la” mattina va quindi immaginata in riva al mare al sorgere del sole nel momento in cui si ha l’impressione che cielo e mare, in quella luce, si fondano in un’unica ed infinita chiarità scaturendo l’idea di immenso nell’autore, silenzioso spettatore.

 

“M’illumino (  poichè assiste all’alba, la cui luce si riflette sul mare),

D’immenso” ( in quel abbraccio tra cielo e mare, percepisce per un momento di entrare in contatto con l’infinito).

Per quanto riguarda la caratteristica della lingua e della metrica del poeta, questo può considerarsi l’esempio più evidente, quasi come un caso limite della sua poetica ermetica, la quale si adatta alla realtà della guerra ed alla ricerca di nuovi linguaggi che soddisfino le esigenze del secolo. La lingua è fortemente sincopata (soppressa, per così dire: “M’ ”, “d’ ”), si riduce al messaggio essenziale, al frammento della parola scavata ed esatta,disposta “nuda” sul bianco della pagina, senza tecniche decorative, senza più quella pluralità di termini e ricchezza aggettivale tanto cara alla tradizione della letteratura italiana. La poesia , il cui incipit è un’elisione che permette l’amalgamarsi tra soggetto e verbo, si fonda inoltre, dal punto di vista retorico, interamente su una sinestesia ossia sull’accostamento di due termini appartenenti a due sfere sensoriali diverse (il termine “illuminare” dovrebbe prevedere un illuminarsi “di luce”, “di sole”-piano sensoriale della vista- e non di un concetto astratto, impalpabile che ha più che altro a che fare con le sensazioni, come invece permette l’utilizzo della figura retorica) . L’allitterazione del fonema “M” contribuisce infine ad amplificare l’idea di vastità, quell’immensità che il poeta percepisce in quel frangente e che tenta di trasmettere con la sua penna, un’immensità data da  sensazioni di armonia e da accostamenti interiori dovuti allo splendore del sole di quella “mattina”.

Eleonora Mirabile

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