Genere femminile


Una classe dove sono presenti bambine e bambini è una grande risorsa che penetra l’immaginario e il vissuto di ognuno e può trasformarsi in trama pedagogica consapevole. Un vero antidoto contro gli stereotipi e i pregiudizi di genere che ancora oggi attanagliano la nostra società.

La scuola è indispensabile per attivare e consolidare il processo che conduce a formare una determinazione nella propria identità di genere, si può far molto per valorizzare la personalità di ciascuno e di ciascuna, affinare la capacità di ascolto e rispetto reciproci, orientare alunni e alunne a conoscere e utilizzare nel modo più proficuo i loro talenti e a essere in grado di instaurare relazioni efficaci.

Se una bambina di dieci anni, raccontando alla sua classe che molto probabilmente il G7 del 2017 si terrà in Sicilia, definisce Giusy Nicolini “sindaca” e non “sindaco” di Lampedusa certamente sarà stata guidata a riflettere sulle parole, sulla lingua e sul percorso storico, culturale e politico della nostra popolazione.  

Siamo nel terzo millennio eppure la lingua non si è ancora trasformata, si usa ancora il maschile attribuendogli una falsa neutralità. Pronunciamo con naturalezza le parole “maestra” e “infermiera”, ci suonano ancora male “sindaca”, “assessora” e “ministra”. Perché? Forse perché la maestra e l’infermiera si prendono cura e invece la sindaca, l’assessora e la ministra governano un Paese? Eppure la grammatica italiana è chiara: i nomi che indicano esseri viventi sono mobili, hanno cioè una forma maschile e una femminile.

Suonano strani perché in passato c’erano poche o nessuna donna in queste funzioni. Più questi termini verranno usati, soprattutto dai media, più diventeranno comuni e non susciteranno più nessuna reazione.

Le parole vanno liberate dall’abitudine con cui le usiamo, vanno ripensate.

Partendo da bambini e bambine si può ricercare e trovare un nuovo femminile.

Giusi Lo Bianco

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