Le Unioni Civili in breve


“L’Italia oggi ha fatto un passo in avanti”, così commenta il premier Matteo Renzi, la circostanza ineluttabile che la disciplina sulle unioni civili è ormai legge. È la presidente della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, ad annunciare il voto favorevole dell’aula al provvedimento, con 372 voti a favore, 51 contrari e 99 astenuti.

La Camera dei deputati ha approvato, dunque, definitivamente il decreto Cirinnà che regolamenta le unioni civili. L’unione civile viene introdotta nel nostro ordinamento come specifica formazione sociale, quest’ultima richiamata anche nell’art. 2 della Costituzione, ossia come formazione in cui devono essere riconosciuti i diritti inviolabili dell’uomo. Non viene previsto però l’obbligo di fedeltà come nel matrimonio.

L’unione viene riconosciuta tra due individui maggiorenni uniti stabilmente da legami affettivi di coppia, di reciproca assistenza morale e materiale, che coabitino. Non bisogna essere legati da altri istituti giuridici e nemmeno da vincoli di parentela, affinità o adozione.

Per quanto attiene al regime patrimoniale ordinario trova applicazione la comunione dei beni (art. 159 c.c.), fatta salva la possibilità delle parti di aderire ad una convenzione patrimoniale diversa o di optare per la separazione dei beni.

Oltre all’applicazione della disciplina sugli obblighi alimentari prevista dal codice civile, la costituzione dell’unione comporta che le parti acquistano gli stessi diritti e assumono i medesimi doveri. Ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale e casalingo deve contribuire ai bisogni della famiglia.

Viene, inoltre, estesa alle unioni civili tra persone dello stesso sesso la disciplina del cd. ordine di protezione da parte del giudice, in caso di grave pregiudizio per l’integrità fisica o morale di una delle parti.

In caso di decesso di una delle parti, andranno corrisposte all’altro partner sia l’indennità dovuta dal datore di lavoro (ex art. 2118 c.c.) sia quella relativa al trattamento di fine rapporto (ex art. 2120 c.c.). Se il convivente presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente, lo stesso avrà il diritto alla partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda. Il diritto di partecipazione non spetterà se tra i conviventi viga un rapporto di società o di lavoro subordinato.

In relazione alla successione, si applicherà ai partner parte della disciplina contenuta nel libro secondo del codice civile.

Viene riconosciuto anche il diritto alla rappresentanza, con conseguente diritto ad essere nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno in caso di interdizione o inabilitazione del partner.

Viene riconosciuto il diritto di abitazione, in caso di morte del partner, che è al contempo proprietario della casa di comune residenza. L’altro avrà il diritto di continuare ad abitare nella stessa casa per due anni o per un periodo pari alla convivenza se superiore a due anni e, comunque, non oltre i cinque anni. Se nella casa di convivenza comune c’è il figlio della coppia o i figli di uno dei due, il convivente che sopravvive alla morte dell’altro può rimanere nella casa comune per almeno tre anni. Se il partner muore o recede dal contratto d’affitto della casa di residenza della coppia di fatto, chi ha resta può succedere nel contratto.

I conviventi di fatto possono accedere anche alle graduatorie per l’edilizia popolare.

La coppia può, inoltre, stipulare un contratto di convivenza, attraverso il quale disciplinare i loro rapporti patrimoniali, a stabilire la residenza comune, indicando al contempo in che modo i due soggetti contribuiscono alle necessità della vita in comune. Il contratto di convivenza, dovrà essere stipulato con atto pubblico o scrittura privata e in tal caso autenticato da un notaio o da un avvocato che ne attestino la conformità. Per valere anche verso terzi l’atto dovrà essere comunicato all’anagrafe comunale, entro dieci giorni dalla stipula. Il contratto di convivenza si risolverà in caso di morte, di recesso unilaterale o di accordo tra le parti, in caso di matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente e un terzo.

Alla cessazione della convivenza di fatto potrà conseguire il diritto agli alimenti in capo ad uno dei due partner. Tale diritto potrà essere riconosciuto tramite una pronuncia giudiziale qualora il convivente richiedente versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento (ex art. 438 c.c.). Spetta allo stesso giudice determinare la misura degli alimenti in base alla legge, nonché la durata dell’obbligo alimentare in proporzione alla durata della convivenza.

Se il convivente muore a seguito di una condotta illecita di una terza persona, la legge stabilisce che nell’individuazione del risarcimento si applicano i medesimi criteri che valgono per il coniuge sposato.

Se vi sono figli, in caso di scioglimento si applicheranno in quanto compatibili le norme sul divorzio.

Angela Scalisi

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