Immigrazione: ritorno al passato 


Da qualche anno il dibattito sugli immigrati si è fatto sempre più acceso. L’immigrazione in Italia continua ad aumentare. Secondo i dati Istat, aggiornati al 31 dicembre 2015, risiedono in Italia 60.665.551 persone di cui l’8,3% di origine straniera.

 

Se portiamo indietro l’orologio, esattamente nel periodo compreso tra il 1892 ed il 1924, potremo rivivere lo storico flusso migratorio che portò i nostri conterranei a raggiungere New York con le vecchie valige di cartone e vimini, in cerca di un futuro migliore di quello che la loro terra poteva prospettargli.

A partire generalmente erano i capi famiglia con l’obbiettivo di guadagnare lavorando presso terzi o autonomamente grazie ai finanziamenti del Governo.

Se l’esperienza andava bene, raggiunto un gruzzoletto, la famiglia si ricongiungeva nella nuova terra. Tutti però per poter entrare dovevano essere sottoposti ad ispezione medica e legale che stabiliva la loro sorte: essere accolti nella nuova patria o essere rinviati in Italia.

Il mezzo di misura adottato dai medici era l’osservazione della postura e la locomozione nella salita delle scale, oltre a qualche domanda che riguardava il nome, la nazionalità e i motivi del soggiorno. Se i medici avevano il minimo sospetto che il migrante fosse oggetto di focolai infettivi veniva immediatamente rimpatriato, anche se il soggetto in questione non era autosufficiente.

I nostri avi in terra straniera combattevano per quegli ideali di uguaglianza, libertà e fraternità che a quel tempo proclamava la Francia. A Gustave Eiffel, dopo aver ultimato la costruzione della torre Eiffel a Parigi, venne commissionato l’incarico di progettare un monumento grandioso a N.Y. che guardava la Francia e simboleggiava gli ideali per i quali i cittadini stavano lottando. Così nacque la Statua della Libertà (Miss Liberty come la chiamano gli americani), donata dalla Francia agli Stati Uniti d’America. Questo grande segno di vittoria sulle disparità era però circondato da un’ambiente di contrasto.

Ancora oggi la discriminazione nel mondo, come nel nostro paese, non si può definire un argomento risolto. A Teheran le migliori intelligenze femminili all’università sono costrette a ritirarsi perché si teme che la loro emancipazione possa determinare un calo dei matrimoni e delle natalità.

 

Per la complicata situazione che sta vivendo l’Italia è indispensabile trovare una soluzione che ci sollevi dalle tristi tragedie che avvolgono la nostra quotidianità. Sbarrare le porte, come è stato fatto da qualche Stato, non è una soluzione umanitaria, spalancarle ha creato numerosi disagi ai cittadini, regolarli sarebbe opportuno. Gestirli in modo adeguato sarebbe ideale per evitare che vadano incontro a destini illegali, anche connessi alla mafia come è successo in Sicilia, soprattutto a Palermo, dove per strada è facile ritrovare tanti giovani immigrati impegnati a fare i posteggiatori abusi sotto le mani di qualcuno che vive al di fuori della legalità, in quel mondo che ormai non dovrebbe più essere ammissibile.

 

Laura Ciancio

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