Il vino: protagonista nella storia della Sicilia


vino

La leggenda narra che le lacrime di Bacco assetato fecero nascere la vite nella Sicilia orientale e da quel momento, per la terra baciata dal sole, ebbe inizio una lunga tradizione che fece per molto tempo della Sicilia la protagonista della storia del vino.
Il terreno che caratterizza l’isola ed il suo clima favorevole furono i fattori condizionanti nello sviluppo della viticoltura.
Già nel XIV sec. a. C. i popoli indigeni, che erano venuti a contatto con la civiltà Micenea, riconobbero i benefici del cosiddetto “nettare degli Dei” e tra il XIII e VII secolo i Greci introdussero la coltivazione della vite producendo così i famosi vini Greco, Grechetto e Grecanino.
Al tempo dei Romani, quando la Sicilia era “il granaio di Roma”, si ebbe nell’isola un lungo periodo d’ombra anche a causa dello spostamento delle coltivazioni della vite verso l’Italia centro-meridionale.
Nel I sec. a. C., il periodo che coincise con il cambiamento della politica economica di Roma in funzione dei territori annessi, la Sicilia e la Gallia divennero le regioni che esportavano le più grosse quantità di vino.
I vini siciliani acquistarono fama sempre più grande con l’avvento del Cristianesimo, periodo in cui migliorarono gli animi e con loro i gusti. Lo stesso Giulio Cesare citò spesso nelle sue corrispondenze le virtuose qualità dei vini della Sicilia orientale, in special modo i vini rossi dell’Etna.
Tra il II e il VII sec. con la discesa dei Barbari ed in seguito dei Bizantini si ebbe la grande decadenza della viticoltura che impedì ai vini siciliani la crescita e lo sviluppo.
Fu con la dominazione araba, nell’827 d. C., che la coltura della vite riprese a svilupparsi nonostante le severe prescrizioni religiose musulmane. Furono sviluppate nuove tecniche agricole e venne introdotta l’uva Zibibbo.
In seguito, nel 1061, i Normanni non intaccarono il progresso compiuto dagli arabi ed anzi ne seppero apprezzare gli aspetti positivi, cosicché nel periodo delle Crociate il vino siciliano venne esportato verso gli altri Paesi del Mediterraneo.
Il calo dei progressi economici si ebbe con l’arrivo degli Angioini ed Aragonesi (XIV d. C.) che diedero inizio ad un periodo di guerre che provocarono distruzione e carestie.
Con la dominazione spagnola (XV, XVI, XVII sec.) la Sicilia continuò ad essere palcoscenico di scontri militari, nonostante ciò sono ampie le citazioni nell’opera del Bacci (1569), intitolata “De naturali vinorum historia”, che elogiano i “rossi dell’Etna” con riferimento alle virtù attribuite alla terra vulcanica, vengono inoltre citati i vini del siracusano, i vini di Noto, Palermo e Cammarata.
Il periodo Borbonico (XVIII sec.) fu tra i più importanti nella storia del vino perché nacquero i primi studi enologici a carattere scientifico. Nicolò Palmeri e l’Abate Meli migliorarono le tecniche di vinificazione affermando che la buona riuscita del vino è legata alla qualità dell’uva. Con il progresso di queste tecniche, comprese quelle di raccolta dell’uva, i vini siciliani acquistarono sempre più fama e prestigio. Tra i vini più ricercati vanno elencati anche quelli di Lipari, Carini, Alcamo e Castelvetrano.
Il vino è da sempre espressione delle nostre tradizioni e rappresenta, oltre che una grande risorsa economica, un forte richiamo turistico. Il paesaggio dei vigneti siciliani ed il fascino che emette lascia stupiti turisti provenienti da ogni parte del mondo.
La Sicilia, come del resto l’Italia intera, potrebbe incentrare tutti i suoi sforzi economici e propagandistici sull’enogastronomico attuando delle strategie di valorizzazione, ottimizzando le risorse in modo razionale e tagliando il superfluo.
Il cibo e il vino italiano possono essere esportati ma non potranno mai essere trasferite altrove le materie prime. Ciò che possediamo è una risorsa preziosa che inoltre non è delocalizzabile. Nessuno potrà mai spostare gli ulivi centenari della Puglia, le vigne della Franciacorta, i pomodori di pachino, i vigneti dell’Etna per ottenere lo stesso risultato, o uno vagamente simile. Quello che possediamo è unico al mondo e bisogna far nascere nei cittadini un senso di consapevolezza affinché si possa valorizzare al massimo questo enorme patrimonio che contraddistingue il nostro Paese da sempre.

Laura Ciancio

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