Buon vino non mente: l’Italia e la sua tradizione vinicola



 

Prima che l’Italia assumesse questo nome era chiamata dagli antichi coloni greci, nell’VIII secolo a.C., Enotria, che non a caso in greco (da oìnos) significa “vino”.

La storia del vino ha origini preistoriche: era interpretato da San Bernardo come espressione di timore e di forza; era associato al sangue per il suo colore rosso; in Grecia era considerato il sangue di Dioniso, bevanda di immortalità; per il Cristianesimo rappresenta il sangue che Cristo ha versato per salvare l’umanità.

In Italia si distinguono due periodi per il commercio del vino, periodi separati da una data: il 121 a.C.. Questo anno è ricordato per un’eccezionale vendemmia che, come ci tramanda Plinio, ha finalmente fatto conoscere all’Italia il suo bene.

Prima del 121 a.C. venivano apprezzati solamente i vini greci, mentre dopo questa data i vini Italiani furono considerati tra i migliori al mondo. Catone fa un elenco ben preciso di prodotti vinicoli e fra i vini più pregiati cita l’ammineo della Campania, il lucano della Basilicata ed il murgentinum della Sicilia.

Come oggi, anche gli antichi si divertivano a miscelare vini meno buoni con aromi o miele e non c’era da meravigliarsi se facevano male, come scriveva Plinio. Tra i vini più conosciuti, e che oggi non possiedono più l’originario nome, c’erano il cecubo prodotto nel golfo di Gaeta, il falerno della Campania che Giulio Cesare elogiava ed impose durante un banchetto, che aveva organizzato per festeggiare la vittoria in Gallia, ignorando i vini greci. Tra i vini pregiati c’erano anche il pocino proveniente dai vigneti dell’Adria, il setino di Terracina ed il retico, il preferito dell’imperatore Augusto, della valle dell’Adige. Tra i più richiesti c’erano quelli provenienti dai vigneti siciliani tra cui il mamertino messinese ed il tauromitano di Taormina.

Pian piano i vini si diversificarono ed ogni regione aveva le proprie qualità: rossa, bianca, rosè. Con la tradizione culinaria degli italiani ogni pietanza non poteva che avere il suo vino: per le carni bianche alla griglia o allo spiedo vini dell’Oltrepò Pavese, del Trentino (Marzemino e Merlot), Chianti, i Sangiovesi, i Rossi Piceno e Conero delle Marche; per l’arrosto di carne bianca i Nebbioli piemontesi, il Barbaresco, il Faron, il Corvo, l’Etna; per le carni rosse alla griglia e allo spiedo invece i vini valtellinesi (Inferno, Sassella, Grumello), il Teroldego trentino, il Recioto della Valpolicella, il friulano Refosco, il Montepulciano dell’Abruzzo, il Torgiano dell’Umbria, il sardo Cannonau e per finire in perfezione il Corvo siciliano; per l’arrosto di carne rossa, accompagnato da salse, Barolo, Barbaresco, Barbera, Cabernet del Collio e dei Colli Orientali del Friuli, Taurasi, Cirò; per i salumi il Chianti freschi Bardolino, Dolcetto piemontese, Gutturnio Mossi, Bonarda, bianco d’Uviglie.

 

La scelta è dura per chi vuol mettere un buon vino a tavola, ma vista la qualità, gli odori inebrianti, i benefici per la salute ed ovviamente il sapore delizioso, qualunque vino italiano di qualità fa il suo figurone.

 

Laura Ciancio

 

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