L’ANIMA DI UN SOCCORITORE: IL FUOCO DENTRO E FUORI LA DIVISA


Essere un soccorritore non è una cosa semplice, a dirlo è Mario, un giovane soccorritore e volontario dei Vigili del Fuoco.

Il suo percorso inizia da bambino, quando sognava di diventare un pompiere. Ma lui non giocava col camioncino dei vigili del fuoco, lui lo vedeva dal vivo, ci saliva sopra, simulava le scene, grazie ad un parente pompiere. È cresciuto a pane e fuoco.

“Crescendo capii che non era la classica infatuazione infantile- afferma Mario – ma  un sentiero spirituale, una missione, abnegazione al sacrificio, al servizio della comunità.

“Quando entrai a far parte dei volontari dei Vigili del fuoco di Villa Franca (ME) ebbi l’occasione di toccare con mano il vero lavoro.  Da lì sono uscito un’altra persona”.

Le scene che racconta sono raccapriccianti , sembrano scene da film, ma la tristezza è che è tutto vero.

“Ricordo la mia prima esperienza, fu sull’autostrada A20 che collega Messina a Palermo. Un Tir che trasportava Petrolio si  ribaltò  sull’autostrada allo svincolo di Barcellona Pozzo di Gotto, il serbatoio prese a fuoco. Abbiamo rischiato molto perché spesso accade che questi Tir esplodano se le fiamme raggiungono certi scomparti!  Eravamo lì, dovevamo intervenire per evitare tutto ciò, riuscimmo a domare le fiamme con la schiuma, scongiurammo il pericolo, ma eravamo coscienti a cosa saremmo potuti andare incontro. Non nascondo che dopo, quando si abbassò la tensione e l’adrenalina, rimasi scioccato. Ma era una prova da superare”.

“Poi , un’altra esperienza  forte fu quella degli incendi sparsi nelle campagne Messinesi nel luglio del 2017 che minacciavano le abitazioni: “le fiamme altissime, toccavano 7 metri di altezza, un caldo che si moriva, all’interno dell’imbracatura c’erano circa 70 gradi,  indossavo il sottocasco ed il casco, i piedi dentro gli anfibi scottavano, con i miei compagni cercavamo le persone nei dintorni che erano fuggite, nonostante i canadair e gli elicotteri che gettavano acqua , il fuoco non si spegneva, eravamo esausti, ma in quell’inferno io vedevo il paradiso, era questo che mi dava la forza e la sicurezza di fare quello che ho fatto e sopportare le cose che visto, ma alla fine abbiamo vinto.”

“Poi 21 giorni di soccorso ad Amatrice , Norcia e Rigopiano mi hanno segnato profondamente. Lì dove sembrava che da Lassù ci si fosse dimenticati di loro, dove ho visto il dolore e la disperazione tra le macerie e per le strade, proprio dove regnava la morte, lì ho conosciuto Dio personalmente, l’ho visto agire su di me e sugli altri. Avevo avuto modo di avvertirlo nelle esperienze precedenti ma qui l’ho proprio conosciuto! Premetto che non frequento la Chiesa, non sono un fanatico religioso, ma mi sono reso conto che Dio esiste davvero, solo grazie a Lui sono riuscito con la mia squadra a lavorare su quelle macerie incessantemente, perché ci dava una forza incredibile, al di sopra dei nostri limiti”.

“Per questo dico e ribadisco che soccorrere è un lavoro difficile, ci vuole tanta passione e grande forza di volontà, la preparazione tecnica è uno step successivo. Bisogna avere la capacità di lavorare molto su se stessi, perché trovarsi di fronte a scenari di pericolo e di morte, sapendo che potresti essere tu stesso a rimetterci la vita, non è per niente facile”.

“ Mi risuonano continuamente le parole del mio caro amico pompiere Dario Ambiamonte, morto lo scorso Marzo nel tragico intervento in via Garibaldi a Catania, assieme al collega Giorgio Grammatico– quando quel giorno che tornai da Roma mi domandò se fossi riuscito a superare il concorso per entrare nei Vigili del Fuoco. Io gli dissi di “no” e lui mi rispose “Meglio”. Quasi un monito un pronostico del suo tragico destino. Ma in verità nel suo cuore pulsava la mia stessa passione, difatti il suo motto era “Meglio un giorno da Pompiere che 100 da leoni”.

Tutto ciò mi dà forza per continuare il mio percorso, perché seppur difficile da capire per molti, il soccorritore ha una missione nel cuore, salvare gli altri pur sacrificando se stessi!”

Valeria Barbagallo

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