PENNE EMERGENTI – GLI ARRESTI DOMICILIARI SERVONO DAVVERO A RIEDUCARE?


Di Maria Pia Ferlito

Sicuramente ho la colpa di non aver verificato la situazione, ma a mia discolpa c’è l’aver conosciuto la mia inquilina.

Questo potrebbe essere l’inizio di un romanzo, ma è solo l’inizio di un evento che sto realmente vivendo.

Circa due anni fa le mie zie ottantenni ed una cugina ultrasessantenne hanno deciso di affittare nuovamente gli appartamenti terrani del palazzo che viviamo. E fino a qui tutto normale, anche se io a seguito di conversazioni con conoscenti avevo maturato il desiderio di tenere questi appartamenti sfitti.

E così la nuova inquilina è arrivata nel nostro palazzo. Nell’unica volta che l’avevo per caso incontrata, nell’androne insieme a mia zia che me l’aveva presentata, mi era sembrata una donna tranquilla,  a suo dire sola e dedita al lavoro. In verità non era sola, una delle prime mattine nelle quali ha inizio l’organizzazione della sua casa ho avuto modo di conoscere il figlio. Figlio che era ed è agli arresti domiciliari. Un “ragazzo” di quasi 40 anni che come lui dice è incorso in un errore che gli ha portato ad avere almeno tre anni di arresti domiciliari. E fino a questo: può anche capitare “un errore”! Solo che non gli sono stati chiari, ed ancora non credo abbia chiari, i limiti che la sua condizione ed il contratto di affitto gli impongono. Da subito ha iniziato ad utilizzare spazi che non gli competevano, mettendo le sue cose in un garage di pertinenza di una mia zia, nel locale che ospita i contatori dell’acqua e spargendo nel cortile dove si trovano i nostri posti macchina le sue cose (per la serie le regole non esistono). Quando con garbo, ma con grande fermezza ho iniziato a fare notare che si stava allargando un po’ troppo ha esordito dicendo che “lui è pregiudicato”. Forse per l’età o le varie vicissitudini della mia vita, purtroppo non tollero più comportamenti intimidatori soprattutto nella mia casa. La casa che per ognuno di noi diventa un luogo sacro, dove si vuole avere solo serenità e tranquillità e non già il cortile sottostante come salotto privato in cui ospitare i propri conoscenti o parlare fino a tarda serata al telefono ad alta voce (ovviamente il tutto essendo in regime di detenzione, e quindi di limitazione dei suoi diritti). Come ho reagito diventa una mia personale “ battaglia”. Ma ciò che più mi ha fatto riflettere è la condizione di coloro che si trovano a dover scontare la loro pena all’interno delle loro case e non delle carceri.

Qui probabilmente il discorso diventa complesso e sicuramente non può essere affrontato da me che non ho le dovute competenze ne’ giuridiche e nemmeno politiche, però alcune domande me le sono posta. Mettere in carcere senza nulla fare è davvero improduttivo nei confronti di tutte le parti, non a caso le carceri a volte sono considerate scuole per iniziare (se ancora non sono capaci) e sicuramente perfezionare l’arte di delinquere. Quindi non sarebbe meglio trovare un modo serio e soprattutto vero per riabilitare chi è troppo invischiato all’interno del mondo malavitoso? Non sarebbe meglio scolarizzare queste persone  ( il mio inquilino pregiudicato non riesce nemmeno a leggere fluentemente)? Non sarebbe positivo insegnare loro un mestiere oppure cercare di capire quale potrebbe essere una loro eccellenza (legale) e fare in modo di potenziarla e magari farla diventare una eccellenza da poter sfruttare una volta che avranno scontato la loro pena, oppure fare in modo che possano essere inseriti in progetti utili per la società?… oppure, oppure, oppure…

Sono tutte domande che mi pongo e probabilmente altri se ne porranno di altre e magari più importanti. Allora invito, se qualcuno dovesse leggere questo scritto di riflettere e magari se ne ha la competenza e la possibilità di occuparsi di un argomento così importante.

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