Regione Sicilia stauto disatteso


Il 16 maggio viene celebrato l’anniversario dell’emanazione dello Statuto Speciale, atto che sancisce una particolare condizione d’autonomia per la Regione Siciliana. A differenza di quella delle altre regioni, la carta nacque per un .patto di pace. tra lo Stato italiano e il Popolo siciliano in armi. Fu una lunga trattativa mirata a dare una via d’uscita, pacifica ed onorevole, ad una situazione d’assedio, lotte di massa, dimostrazioni, guerriglie,morti e feriti da ambo le parti, non ultimo con la presenza dell.Evis (Esercito Volontario per l’indipendenza della Sicilia) comandato da Mario Turri (Antonio Canepa) e successivamente da Secondo Turri (Concetto Gallo).

Ecco perché i maggiori costituzionalisti parlano di origine pattizzia dello statuto siciliano. Bisogna considerare che lo Statuto è anche funzione riparatrice per danni derivati e derivanti alla Sicilia dal’’annessione del 1861, che seguiva l’occupazione sabauda-garibaldina del 1860. Insomma uno Statuto inserito nella costituente italiana. Ma la validità dello Statuto non cambia il fatto che non sia mai stato applicato integralmente e che anzi sia stato mutilato e vanificato.

Lo Statuto e l’Autonomia siciliana sono stati gestiti, sempre dalle segreterie dei partiti politici di Roma, dominanti di volta in volta in Sicilia, con la complicità dei Deputati siciliani di ogni colore politico, sia dalla maggioranza che dalla opposizione. Gli uni e gli altri, quasi totalmente votati all’ascarismo, di cultura contrastante con la storia dell’autonomia siciliana, ed esse stesse impegnate nell’antisicilianismo. Rarissime volte si sono verificate dissociazioni, che la regione siciliana, anziché essere strumento di autogoverno, di progresso, di democrazia e di crescita economica, politica e morale del popolo siciliano, sia diventata di fatto strumento dei partiti italiani e dei loro rappresentanti in Sicilia per una politica di clientelismo, di lottizzazione Con le conseguenze che oggi bruciano sulla pelle del popolo siciliano.

I siciliani denunciano quanto sopra, per ribadire che, se si vuole parlare seriamente di legalità in Sicilia,si deve applicare nella sua integrità del testo lo Statuto siciliano. Ribadiscono altresì che la vera riforma federalista, della quale lo stato italiano ha estrema necessità, debba passare attraverso l’applicazione e la evoluzione dello Statuto stesso, le cui validità, attualità e valenza giuridico-politiche sono state confermate dalla storia e dalla cronaca di questi anni. E dal forte vento di rinnovamento e di giustizia che soffia sull’Europa del terzo millennio. In questi anni, solo due Presidenti della Regione, hanno cercato di applicare, anche se in parte, lo Statuto. Nel 1959 durante un rimpasto di Governo, si determinò un fatto per alcuni stravolgente, per altri positivo. Silvio Milazzo democristiano, che aveva partecipato alla lotta indipendentista, fu eletto presidente, della Regione Siciliana, con i voti di democristianidissidenti, comunisti, missini, liberali, monarchici, un vero scandalo politico per qui tempi. Quei quasi due anni di presidenza Milazzo, forse sono stati i migliori, di tutti i governi succedutesi inSicilia.

Milazzo diede un impulso alla economia in Sicilia, rilanciando le miniere di zolfo (in seguito chiuse da altri governi). Aprì il casinò a Taormina in barba allo Stato italiano. Cercò con tutto il governo di Palazzo d’Orleans di defiscalizzare i prodotti petroliferi in Sicilia. Ma era la fine della legislatura ed i siciliani tradirono Silvio Milazzo, che non ottenne quello che si meritava in numero di voti. Altro presidente che diede dignità alla Sicilia è stato il democristiano Rino Nicolosi negli anni 70/80.

Il 17 giugno viene ricordato l’anniversario dell’agguato mortale avvenuto nel 1945 in contrada Murazzuruttu alle porte di Randazzo, in provincia di Catania, dove fu decapitato l’Evis, con la morte di Antonio Canepa, 39 anni nome di battaglia (Primo Turri), Carmelo Rosano 26 anni (Carmelo), Giuseppe Lo Giudice 18 anni. In sei su un motofurgone Guzzi 500 targato EN 234, da Cesarò andavano a Francavilla entrambi comuni della provincia di Messina, forse per rilevare

un quantità di armi nascoste in casa di una zia di Canepa. Ma alle porte di Randazzo forse per una spiata si imbatterono con i carabinieri.

Nello scontro morirono Canepa, Rosano, Lo Giudice; Antonio Velis e Giuseppe Amato riuscirono a fuggire. Insieme ai cadaveri dei tre fu mandato al cimitero di Jonia (Giarre Riposto) ancora vivo messo dentro una bara Armando Romano che si salvò in quanto il custode del cimitero si accorse che in quella cassa vi era qualcosa di anormale, aprendola scoprì l’orribile misfatto che si stava consumando. Chiamò aiuto, a Romano furono prestati i soccorsi portato in ospedale e così ebbe salva la vita! Quello di Romano rimane ancora un incomprensibile mistero. Come mai un uomo ferito portato in ospedale viene dichiarato morto e mandato al cimitero? Ma anche i particolari dello scontro restano ancora avvolti nel mistero. Fu un agguato teso dai carabinieri informati da una spiata del passaggio degli indipendentisti, o fu un fatto casuale.? oppure, come dichiararono alcuni, vi era una pattuglia dell’esercito armati, o anche

uno squadrone di gente prezzolata, in entrambi i casi mandati dalla politica di allora. A Murazzuruttu venne eretta una stele ricordo che ogni anno meta di pellegrinaggi da parte di tanti siciliani. Canepa, Rosano, Lo Giudice e Francesco Ilardi, morto dopo alcuni giorni per altro fatto, riposano in una tomba comune nel cimitero di Catania nel viale degli uomini illustri. Sicuramente lo stato italiano concesse alla Sicilia lo statuto appunto per i fatti succedutesi allora. Un fatto è certo, Canepa, Rosano, Lo Giudice, Ilardi non sono morti invano, per il riscatto del popolo siciliano.

… ma è la Sicilia che li ha dimenticati.                                                                                             Michele Milazzo

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