FOOD – MACCU DI FAVE… QUANDO UN PIATTO PARLA SICILIANO!


La Sicilia va prima mangiata con la bocca, che con gli occhi, ma all’appetito, così come al cuore non si comanda, e così siciliani o non, davanti ad un bel piatto di “ maccu di fave” siamo destinati a perdere ogni ragionevole resistenza.

Un piatto che risulta seducente al palato, il macco, prorompente, che pervade le narici di colui che si appresta a mangiarlo. Una minestra “povera” di tutto rispetto, che racchiude ancora una volta un animo tutto siciliano, con i suoi sapori ancestrali, che riportano prepotentemente, cucchiaio dopo cucchiaio alla memoria tutti quei popoli che hanno fatto la storia dell’isola.

Una sorta di polenta preparata a dovere con le fave secche, messe in ammollo il giorno prima in abbondante acqua fredda, poi cotte a fiamma dolce tanto a lungo che ammaccandole- Maccus (da ciò deriva il nome) si trasformeranno in una densa e meravigliosa purea. Nell’Antica Roma assieme al farro e all’orzo le fave erano tra gli alimenti più consumati. Catone consigliava di mangiarle cotte e condite con aceto, mentre Plinio cantava le lodi di un piatto tutto siciliano che riscuoteva molto successo tra i legionari romani: la puls fabata, il Macco di fave.

Il nutrimento essenziale del popolo siculo in epoca romana, era rappresentato dalla polenta di fave (puls ) e da altri legumi (ceci, lenticchie), da farro e da ortaggi. In Sicilia il prodotto più utilizzato restava comunque la fava secca che veniva cotta in contenitori di terracotta detti pultarium dove alle fave si aggiungevano acqua, sale e finocchietto selvatico.

Quanta storia c’è dietro ogni piatto, quanta fatica e quanto sudore… è questo il caso del Macco, in passato come è risaputo, si sa, le condizioni di miseria delle classi popolari, facevano sì che questa meravigliosa minestra costituisse un vero e proprio tocca sano nell’alimentazione giornaliera, un piatto unico, ricco, nutriente e pronto a saziare gli stomaci più affamati.

Un minestra per gente forte diremmo, tanto che lo stesso Aristofane, nelle “rane”, sosteneva che Ercole fosse stato allevato col macco di fave.

Preparare “u maccu”, quaggiù, è tradizione popolare, e, fatto il macco, non rimane che aggiungere la pasta, che come vuole la tradizione, sarà il cosiddetto “spaettu sminuzzatu” , o meglio detto la pasta maritata, i resti avanzati della pasta in diverse confezioni.

Una delicata velouté di fave, la cui ricetta, come vuole tradizione, da madre a figlia è arrivata ai giorni nostri.

Calogero Matina Kalos

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