Catania il mago Eliodoro e l’elefante


Se chiediamo ai catanesi l’origine del nome “Liotru o Diotru” attribuito in tempi antichi all’elefante stemma della città, in pietra lavica che campeggia in piazza Duomo, saranno in pochi a dare una risposta precisa. Il perché ancora oggi il vetusto pachiderma simbolo della città catanese, viene indicato con tale nome. La più attendibile lo fa ritenere originariamente, oggetto di culto in un  tempio di riti orientali della città. Tolto dal suo altare ai primordi del cristianesimo, venne portato fuori le mura della città, dove rimase per diversi secoli. Chi tentò invano di conservare l’idolo agli onori del tempo, nella metà  dell’VIII° secolo fu il famoso mago Eliodoro, detto anche Diodoro, Liodoro, Lidoro, Teodoro. Il mago con i suoi incantesimi tramutava gli uomini in bestie e faceva apparire le cose lontane improvvisamente presenti. Essendosi burlato degli esponenti della città, questi lo condannarono a morte. Il mago riuscì a scappare dalle mani del carnefice. Dagli spiriti si fece portare a Costantinopoli, e con la stessa celerità ritornare a Catania. Dopo il prodigio il popolo gli tributò onori, quasi divini, che ebbero l’effetto di renderlo più temerario. Eliodoro venne portato in carcere, riuscì a fuggire corrompendo le guardie. L’imperatore Costantino fece partire per Catania il suo ministro Eraclio, con l’incarico di condurre il mago da lui. Quando Eraclio invio i suoi armati per arrestare il mago, questi con i suoi raggiri li indusse a prendere un bagno. Appena i soldati si immersero nell’acqua avvenne il prodigio, tutti quanti lui compreso si ritrovarono a Costantinopoli, nel bagno dell’imperatore. Condannato a morte da Costantino nel momento in cui stava per compiersi la sentenza, il mago domando una catinella d’acqua, vi si tuffo la testa e spari misteriosamente dicendo “chi mi vuole, mi cerchi a Catania”. Con rabbia l’imperatore ordinò ad Eraclio di ripartire subito, affinchè con ogni mezzo riacciuffasse il prigioniero. Ritrovato il mago non fece nessuna resistenza, docile e silenzioso si imbarcò insieme all’inviato dell’imperatore su una nave da lui stesso costruita, con i suoi incantesimi. In un giorno senza aiuto di remi la nave li trasporto a Costantinopoli, ma appena approdata svanì nel nulla. Avvertita dall’arrivo del marito la moglie di Eraclio mosse ansiosa ad incontrarlo, quando scorse il mago accesa di sdegno lo apostrofò dicendo “Omicciolo sporco, tu sei quello che hai fatto viaggiare mio marito in Sicilia con tanto travaglio”, e le sputò in faccia. Eliodoro ebbe un ghigno satanico disse alla donna “ti farò pentire di avermi offeso.” E mantenne la minaccia, in quel momento in tutta la città e vicinanze, per un raggio di molte miglia si estinsero tutti i fuochi. La confusione fu enorme, grande la meraviglia, quando si vide il fuoco generato solo dalle parti posteriori della moglie di Eraclito. Per tre giorni essa rimase nella pubblica piazza, affinchè ognuno si rifornisse della necessaria fiamma. Ricondotto dinnanzi al carnefice, quando stava per ricevere il colpo di grazia, si rese piccolissimo. Entro nella manica destra del carnefice, uscendo dall’altra gridando “scampai la prima volta questa e la seconda. Se mi volete cercatemi a Catania”, e scomparve facendosi trasportate dagli spiriti a Catania. A liberare la città dai sortilegi, accorse il vescovo Leone, egli dopo avere distrutto il tempio consacrato alle divinità: Demetra e Cora, venerate a Catania decise di stroncare definitivamente la magia di Eliodoro. Nelle vicinanze delle Terme Achillee. Dinnanzi alla cappella eretta in onore della Vergine Maria celebrò una messa propiziatoria. In mezzo alla folla vi era il mago, che inizio a disturbare il sacro rito, ingombrando la mente dei presenti con allucinanti visioni, facendo apparire i calvi con i capelli, e viceversa, altri con corna di cervo, di bue, di caprone, con orecchie d’asino, barba di montone, rostro di uccello, denti di cinghiale e altre orride sembianze, in modo da generare le risate. In ultimo provoco il vescovo per un ballo. Le sue arti magiche non ebbero successo. Terminata la messa San Leone gli si avvicinò e le getto al collo la sacra stola. Eliodoro esorcizzato venne portato dal vescovo nella fornace accesa, approntata in una fossa vicina alla cappella. Dal fuoco il santo ne uscì illeso, senza che venisse bruciata la stola e le vesti. Il mago divenne in men che non si dica un mucchio di cenere. Il castigo inflitto a Eliodoro è ricordato, in due piccole tele che si conservano, nella sacrestia della cattedrale di Catania attribuita al pittore Vincenzo Errante di Trapani risalente al XIX secolo. La seconda nel museo civico, proveniente dal monastero dei benedettini, da taluni attribuita a Giuseppe Patania, pittore palermitano, di fine settecento- inizio ottocento, da altri al Velasquez siciliano. L’elefante, secondo tradizioni popolari che era servito al mago per i prestigi quale cavalcatura per i rapidi viaggi da Catania a Costantinopoli e viceversa , dopo essere stato lungamente dimenticato, venne ricondotto in città dai padri Benedettini del monastero di Sant’Agata e posto ad adornare un antico arco a porta, detta di Liodoro o di Lioduro. Successivamente l’elefante fu posto a centro della piazza duomo di Catania, quale emblema della città.                                                                                         Michele Milazzo

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