Paolo Ciulla  il falsario caritatevole


Il falsario Paolo Ciulla nasce a Caltagirone, provincia di Catania il 19 marza del 1867, morì nella città natale il 1° aprile 1931. La sua era una famiglia agiata proprietaria di due botteghe di suole, cuoio e pellami, situate nella centralissima “via di San Giacomo” gestite dal padre Giuseppe, con la moglie Maria, e i figli: Paolo, Vincenzo, più piccolo di Paolo di due anni, la figlia Rosina, nata nel 1874. Intorno ai 17 anni, Paolo stringe una amicizia con il coetaneo Nino Fiducia, di umilissima famiglia, che vive in condizioni disagiate. Il confronto tra la sua agiatezza e le misere condizioni dell’amico, gli provoca un sentimento di insofferenza per l’ingiustizia sociale e, parallelamente anche un tenace senso di colpa, che lo accompagnerà per tutta la vita. Ascolta i rivoltosi che incitano la plebe, riferendo che: “Garibaldi ha depredato la Sicilia di 150 milioni-oro e i Savoia di oltre 180  milioni-oro. E il Risorgimento e l’Unita’ d’Italia dove sono andati a finire?”. Dotato di talento per la pittura, Paolo decide di dedicarsi all’arte e alla fotografia. Il sindaco di Caltagirone, Michele Libertini, tramite un assegno erogato dal comune, fa frequentare a Ciulla il corso di perfezionamento di studi artistici,  presso il Reale Istituto di Belle Arti, prima nella città di Roma e poi in quella di Napoli. Paolo torna a Caltagirone nel 1887 dove vuole aprire uno studio fotografico, per fare questo gli servono i soldi per l’affitto del locale e per l‘acquisto dell’attrezzatura da fotografo. Muoiono il padre la mamma e la sorella Rosina. A Caltagirone abbraccia la corrente politica più innovatrice, capeggiata da Mario Milazzo, un liberale di sinistra. Partecipa alle elezioni amministrative di Caltagirone, del 3 novembre 1889, e viene eletto nelle  liste del Circolo Operai, capolista il Milazzo, il quale diventa sindaco. Ma clero, nobiltà e ricchi non accettano la sconfitta, e ottengono lo scioglimento del consiglio comunale, e il commissariamento del comune. Paolo si trasferisce a Catania con il suo studio fotografico, ma il lavoro scarseggia. Accusa un suo avversario politico l’onorevole Giorgio Arcoleo e cerca di farne un caso nazionale. Quasi cieco Ciulla, si fa’ costruire da un falegname le attrezzature, che assembla in casa. I suoi polpastrelli sono diventati sensibilissimi e suppliscono alla perdita della vista, come carta  sceglie quella usata nelle pasticcerie come sottofondo dei gelati serviti nei piattini. Dopo esperimenti e prove, crea un biglietto che lo soddisfa e inizia la produzione. Per lo spaccio si rivolge a persone di sua fiducia dividendosi il ricavato. Gli affari vanno bene, e  Ciulla esce dall’indigenza, tra il 1920 e il 1922 mette in circolazione circa 16.000/17.000 biglietti da 500 lire che, seppur contraffatti, nessuno li identifica come falsi. Ciulla aveva un cuore caritatevole, distribuisce a molti bisognosi di Catania e provincia i biglietti da 500. I beneficiati restano stupiti, considerando che le 500 lire di allora equivalgono a circa 600 euro di oggi. Paolo Ciulla viene arrestato il 17 ottobre del 1922. Durante la perquisizione vengono scoperti oltre alla attrezzatura, anche 96.439 biglietti da 500 lire, per un valore di circa 48 milioni di lire, cifra questa paragonabile oggi a circa 60 milioni di euro, 1.750 biglietti dello stesso taglio non ancora rifiniti. Ciulla viene interrogato in questura dal dott. Avitabile, dichiara di aver messo in circolazione esattamente 25.050 biglietti da 500 lire per un valore di 12.525.000 di lire, mentre per i  biglietti da 50 lire non sa fornire il dato esatto, comunque non meno di 3.000 o 4.000.  Il processo inizia nel novembre del 1923.  L’aula della Va Sezione del Tribunale Penale di Catania e’ affollata da migliaia di persone, fra cui gli inviati dei maggiori quotidiani italiani e stranieri, nonché  tre studenti universitari che hanno il compito di studiare la psiche del Ciulla, per elaborate altrettante tesi di laurea. Nel corso del processo i tre esperti inviati dalla Banca d’Italia di Roma, che sono: Salvatore Candero (capo ufficio della B.d.I.), Giuseppe Marcora (capo dell’Officina carta e valori della B.d.I.) e il dott. Giovanni Calieri (capo ufficio della direzione generale della B.d.I.), dichiarano che “le 500 lire falsificate da Ciulla sono perfette sotto tutti i punti di vista e sono difficilmente riconoscibili come non buone. ”. Questa dichiarazione, recepita da Ciulla come un tributo alla sua abilità artistica, rappresenta l’unico aspetto lusinghiero di un processo che  si conclude con la condanna a cinque anni di carcere e 5.000 lire di multa (dei quali vengono condonati 6 mesi e 2.000 lire) per la contraffazione dei biglietti da 50 e 500 lire; con lui vengono condannati i sui ex complici a pene variabili dai nove ai quattro anni e multe dalle 4.000 alle 1.000 lire. Il Processo d’Appello, celebrato alla fine del 1925, conferma la pena per Ciulla, che nel frattempo e’ prossimo a tornare in libertà per buona condotta. Nonostante abbia beneficato molti bisognosi, all’uscita dal carcere nessuno lo aspetta, smarrito inizia a girovagare per Catania, fino a che un soldato di leva lo conduce alla stazione ferroviaria di Catania. Paolo prende il treno per Caltagirone, viene ricoverato all’”Ospizio per i mendicanti” gestito dalle suore,  dove il 1 aprile 1931 muore. Su Paolo Ciulla, sono stati pubblicati diversi libri. C’è anche il detto “Catanisi soddo fauso”. (catanese soldo falso). Altro detto, il catanese che compra il pesce dal palermitano, che in cuor suo dice “a friggere ti voglio”. Di rimando il catanese dice “allo scambio ti voglio”, riferendosi ai soldi.

Michele Milazzo

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