CONTE: SERVE SOSTEGNO DEL MES. A COSA SERVE E I RISCHI CONNESSI


È l’appello alla UE del Premier Conte, apparso su noti giornali soprattutto di settore finanziario : “Serve tutta la potenza di fuoco del Mes”, per contrastare il collasso economico e finanziario di tutti i paesi europei  dovuto all’emergenza per il coronavirus.

Questa dichiarazione ha messo in agitazione l’opposizione e fatto ribollire alcuni parlamentari, che già nei mesi precedenti avevano fatto rimostranze sulle azioni di Conte in merito alla revisione del Trattato Mes, accusandolo di “condotte talmente improprie e illegittime nella trattativa con l’Ue da essersi reso responsabile di alto tradimento”.  Conte si era debitamente giustificato, affermando che il “Governo non ha firmato il trattato ancora incompleto” e anzi ha ribadito che le accuse infondate sono foriere di una “mancanza di rispetto dell’opposizione, visto che i Ministri del precedente governo erano costantemente informati”. Sul Mes c’è poco da fare, la politica è spaccata in due.

Ma cos’è il Mes e a cosa serve?

Il Mes è il Meccanismo Europeo di Stabilità, comunemente denominato Fondo salva-Stati, istituito nel 2012 per fornire un sostegno alla stabilità economica e finanziaria ai Paesi dell’Eurozona che rischiano il default. Nasce in sostituzione del Fondo europeo di stabilità finanziaria (Fesf) e del Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria. IL suo capitale è di 700 miliardi di euro, e ciascun Stato Membro versa una quota proporzionale ogni anno, raggiungendo insieme l’importo di 80 miliardi. La restante quota  viene raccolta mediate l’emissione di titoli  obbligazionari sul mercato finanziario. L’Italia versa circa il 18% e il suo diritto di voto è strettamente legato alla sua quota. Germania(27%) e Francia(20%) hanno un peso maggiore rispetto all’Italia che si piazza al terzo posto rispetto a tutti gli altri stati membri. È gestito dal Consiglio dei Governatori,  formato dai ministri finanziari,  dal Consiglio di amministrazione, dal direttore generale, mentre il ruolo di osservatori è destinato al commissario europeo per gli affari economico-monetari e al presidente della BCE .

IL sostegno alla stabilità può essere richiesto solo in casi eccezionali, ovvero quando si viene a creare una situazione di crisi economica e finanziaria come negli anni passati accadde al Portogallo, all’Irlanda e alla Grecia.

Come funziona il meccanismo?

Appare evidente che la ratio del Mes è quella di soccorrere e parare i colpi da shock economico-finanziario. Ma così come esborsa gli aiuti, li deve necessariamente recuperare, con vincoli di rigida condizionalità. Ovviamente la richiesta di aiuto passa prima al vaglio della Commissione Europea, su incarico del Mes, con il compito di accertarsi del fabbisogno economico. Se sussistono le condizioni, il Mes in plenaria, accoglie l’istanza garantendo l’assistenza. Viene poi stipulato un Memorandum d’Intesa tra la Commissione e lo Stato, e in molti casi anche con la BCE e FMI, tracciando la condizionalità e i parametri a cui attenersi.

Secondo alcuni esperti di finanza, ci sono delle falle nel sistema, come ad esempio la mancata previsione di beni demaniali in conferimento, come garanzia, sia che vengano dati in proprietà o in ipoteca. Così come la mancanza di una leva finanziaria (leverage) per misurare il tetto massimo tra il capitale sociale autorizzato e l’indebitamento verso gli altri Stati membri, evitando l’ipotesi di situazioni speculative.

Inoltre appare poco chiara l’indicazione, nel rapporto Stato e istituti di credito, di poter attingere finanziamenti nel mercato secondario (dove avvengono gli scambi di attività finanziarie e dove circolano i titoli fino a loro scadenza) e interbancario (mercato monetario in cui operano banche e istituti di credito), senza delucidazioni in merito ai derivati e alle azioni. Quest’ultime potrebbero anche appartenere a Stati esteri (con la conversione di obbligazioni in azioni), venendo meno il principio di nazionalità e pertanto il controllo politico.

Il paventato rischio del Mes per l’Italia, è che per accedervi occorre avere un debito/Pil  nel limite del 60%. Purtroppo allo stato dell’arte risulta essere del 135% . In pratica non sostenibile. E non è detto nell’ipotesi della “ristrutturazione” del debito, che questo possa raggiugere un risultato performante. Tutto ciò si tradurrebbe in un grosso timore per le banche che vedrebbero i loro titoli in netta discesa mettendo a repentaglio il sistema bancario, dei fondi e assicurativo, poiché strettamente interconnessi.

Valeria Barbagallo

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