PAROLA ALL’ESPERTO


a  cura della dott.ssa Valeria Barbagallo

Certamente  il problema del ritardo aereo è uno di quei fenomeni a cui spesso non si sa come reagire.  Non si tratta solamente di vedersi un biglietto rimborsato dalla compagnia aerea o la sistemazione in un altro volo. Difatti,  il più delle volte i danni che ne scaturiscono possono avere  risvolti  devastanti. Di seguito la  puntuale disamina dell’ avvocato Francesco Filogamo.

IL DANNO DA RITARDO AEREO

Dell’Avv. Francesco Filogamo

Sarà sicuramente capitato ad ognuno di noi di giungere in aeroporto e di scoprire che il proprio volo avrebbe subito un ritardo o che, addirittura, era stato cancellato.

E sarà, anche, capitato che i passeggeri non siano stati resi edotti dalle compagnie aeree di quelli che erano (e sono) i loro diritti conseguenti a detto ritardo o a detta cancellazione.

Orbene, la materia è disciplinata dal Regolamento CEE 261/2004, nonché dalla Convenzione di Montreal del 1999, sottoscritta dalla Comunità Europea il 09-12-1999 ed approvata con decisione del Consiglio in data 05.04.2011, 2001/539/CE.

Fino alla fine dell’anno 2009, a causa di un vuoto legislativo i passeggeri che subivano un ritardo prolungato al proprio volo, non godevano della c.d. “compensazione pecuniaria”, ossia di quel ristoro di natura economica previsto invece nel caso di cancellazione del volo. Infatti, il Regolamento 261/2004 prevedeva il diritto alla “compensazione pecuniaria” nei soli casi di negato imbarco o di cancellazione del volo, prevedendo un semplice diritto alla “assistenza” per i casi di ritardo.

In particolare, ai sensi dell’articolo 7 del Regolamento 261/2004 solo chi vedeva il proprio volo cancellato o si vedeva negato l’imbarco aveva il diritto ad una compensazione pecuniaria che variava e varia in base alla tratta non effettuata:

  1. a) Euro 250,00 per i voli la cui tratta non superi i 1500 km
  2. b) Euro 400,00 per tutte le tratte intracomunitarie superiori a 1500 km e per tutte le tratte comprese tra i 1500 ed è di 3500 km
  3. c) Euro 600,00 per tutte le altre tratte superiori a 3500 km.

Nulla si diceva in merito al caso del ritardo prolungato.

Tale vuoto normativo è stato colmato con la famosa sentenza della Corte di Giustizia Europea, IV Sezione, 19.11.2009 C-402/07, nota anche come “Sturgeon”, secondo la quale gli articoli 5, 6 e 7 del Regolamento 261/2004 devono essere interpretati nel senso che i passeggeri di voli ritardati possono essere assimilati ai passeggeri di voli cancellati ai fini dell’applicazione della compensazione pecuniaria, quando a causa di un volo ritardato, subiscono una perdita di tempo pari o superiore a tre ore rispetto all’orario originariamente previsto.

Tale sentenza è stata ed è tuttora seguita e continuamente applicata e la sua ratio, data dal principio di parità di trattamento, tende ad evitare che situazioni paragonabili vengano trattate e decise in maniera differente.

In pratica, tanto i passeggeri vittime di voli cancellati all’ultimo momento, quanto i passeggeri incappati in ritardi prolungati oltre le tre ore, subiscono gli stessi pregiudizi. In entrambe le circostanze il passeggero si trova a dover subire un inconveniente che muta radicalmente l’organizzazione del proprio spostamento con notevoli perdite di tempo non più recuperabili.

A questa, ormai non più recente, novità si è anche adeguata la cosiddetta carta dei diritti del passeggero (tratta dal citato Regolamento 261/2004) la quale contempla, per l’appunto, richiamando la citata sentenza della Corte di Giustizia Europea, il diritto alla compensazione pecuniaria per quei passeggeri che subiscono un ritardo prolungato di oltre tre ore.

CAUSE DI ESCLUSIONE

Il diritto dei passeggeri alla compensazione pecuniaria potrà essere disatteso dalle compagnie aeree nei casi in cui queste riescano a dimostrare che il ritardo prolungato sia dipeso da circostanze eccezionali che non si sarebbero potute evitare adottando tutte le cautele del caso (Es. circostanze metereologiche, politiche, scioperi, ecc.).

Tipico in tal senso può considerarsi il caso del vulcano islandese la cui improvvisa eruzione nel 2010 paralizzò i cieli di mezza Europa provocando cancellazioni e ritardi prolungati, sicuramente in alcun modo imputabili alle compagnie aeree. O, senza andare troppo lontano, pensiamo ai casi in cui le emissioni di cenere da parte dell’Etna hanno causato ritardi o, persino, chiusura dello spazio aereo.

È indubbio che in tali casi le compagnie aeree sono del tutto incolpevoli e per tale motivo le stesse non potranno essere condannate a riconoscere alcuna forma di compensazione pecuniaria ai passeggeri.

Va, però, precisato che anche nei casi in cui il ritardo derivi da circostanze che esulano dalla sfera giuridica dei vettori, questi dovranno pur sempre adottare delle misure e delle condotte tali da non gravare ulteriormente i passeggeri. Tale ultima considerazione prende spunto da una recentissima pronuncia della Corte di Giustizia Europea (III Sez. 04-05-2017 n.31515) secondo la quale, se è vero che il cosiddetto “bird strike” (collisione tra un aereo ed un volatile) possa essere considerata una circostanza eccezionale che, in caso di ritardo, libererebbe la compagnia dal dover corrispondere la compensazione pecuniaria ai propri passeggeri, è altrettanto vero che se dopo l’incidente la compagnia contribuisce ad allungare il ritardo a causa di controlli ulteriori e soprattutto non giustificati, l’esonero dall’obbligo di indennizzo viene meno.

PRESCRIZIONE

Con riferimento al termine entro il quale il passeggero di un volo cancellato o ritardato possa agire per ottenere la compensazione, il Regolamento 261/2004 nulla dice, rimandando ai singoli ordinamenti nazionali.

Di contro, la convenzione di Montreal del 1999 prevede un termine di decadenza biennale per promuovere l’azione nei confronti del vettore.

Ritengo applicabile tale termine (biennale) al nostro ordinamento e ciò anche in base a quanto previsto dal codice della navigazione il quale, a seguito della riforma del 2006, tende prevalentemente ad uniformarsi alle normative comunitarie ed internazionali.

In pratica il passeggero avrà due anni di tempo per esperire l’azione nei confronti del vettore e tale termine inizierà a decorrere dal momento in cui lo stesso passeggero sarà giunto o, sarebbe dovuto giungere, a destinazione.

FORO COMPETENTE

In ordine all’Autorità Giudiziaria presso la quale introdurre il giudizio, nei confronti del vettore, volto ad ottenere la compensazione pecuniaria, i passeggeri hanno un’ampia possibilità di scelta, visto che i criteri volti ad individuare il Foro competente sono molteplici.

Infatti, sebbene il Regolamento Comunitario 261/2004 nulla dica in merito, la convenzione di Montreal prevede chiaramente che l’azione vada promossa o davanti al Tribunale del luogo in cui il vettore ha la sede principale della propria attività o magari un domicilio, o davanti al Tribunale del luogo di partenza o di destinazione.

Il vettore potrà, persino, applicando le norme previste dal codice del consumo, decidere il Foro a lui più gradito, ossia quello della propria residenza o del proprio domicilio.

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Tutela della Legge sulle locazioni commerciali


Chi intende affittare un immobile di proprietà deve sottoscrivere un contratto per uso commerciale,regolato dalla legge n.431,art.2 e 3 e dalla legge n.392.

La durata minima stabilita è di 6 anni ,più 6 anni di rinnovo obbligatorio (per le locazioni alberghiere è di 9 anni,più 9 anni di rinnovo obbligatorio).

Trattandosi di un contratto di tipo privato,entrambe le parti,sia il locatore che il conduttore,sono libere di stabilire la durata contrattuale,purchè non inferiore a quella prevista per legge,per esempio quando l’attività da svolgere nel locale ha carattere transitorio o stagionale.

A tutela del conduttore,la legge prevede che in caso di motivi gravi,possa recedere dal contratto prima della scadenza,con un preavviso tramite raccomandata da comunicare almeno sei mesi prima della scadenza. Il locatore può invece negare il rinnovo del contratto alla prima scadenza con raccomandata di disdetta almeno 12 mesi prima,motivando la scelta,nel caso in cui voglia adibire l’immobile in proprio o da parte del coniuge o di parenti entro il secondo grado o quando intende demolire per ricostruire o ristrutturare l’immobile. Nel caso in cui voglia venderlo,deve prima chiedere al conduttore se è interessato all’acquisto.

Condizione essenziale per il rilascio è il possesso della licenza o concessione edilizia da parte del locatore.

Valeria Di Bella

PAROLA ALL’ESPERTO


a cura della dott.ssa Valeria Barbagallo

 

Il tema della responsabilità medica negli ultimi anni ha avuto un’enorme cassa di risonanza. Non a caso il legislatore è intervenuto per far sì che l’accertamento della responsabilità medica a seguito di medical malpractice , venga effettuato sia dal medico legale che dal medico specialista, per una maggior tutela del paziente. L’avvocato Maria Stimoli, di seguito ci spiega le novità e gli effetti introdotti dalla legge Gelli-Bianco.

 

 

LE NOVITÀ INTRODOTTE DALLA LEGGE GELLI-BIANCO IN MATERIA DI RESPONSABILITÀ MEDICA

dell’Avv. Maria Stimoli

 

Sempre più frequentemente la cronaca registra, purtroppo, denunce di casi, veri o presunti, di medical malpractice, che hanno enormemente accresciuto il contenzioso in materia. Dall’altro lato, di converso, assistiamo ad una sempre maggiore diffusione della “medicina difensiva”, con le conseguenti ripercussioni, non solo in termini di costi del SSN, di lunghi tempi di degenza, ma, soprattutto, in termini di efficienza della stessa azione sanitaria.

Tutto ciò denota principalmente un mutamento della relazione medico-paziente. Se, in passato, il medico godeva di una fiducia illimitata, oggi, invece, una maggiore consapevolezza e la rivendicazione del potere di autodeterminazione dell’individuo hanno messo in crisi il modello tradizionale, c.d. ippocratico, e portato, anche sul piano giuridico, ad elaborare una serie di garanzie a favore del paziente.

Con l’intento di ripristinare un punto di equilibrio tra la posizione del paziente e quella dell’esercente la professione sanitaria è recentemente intervenuta la L. 8 marzo 2017 n. 24, Legge Gelli-Bianco, che segue il D.L. 13 settembre 2012 n. 158, conv. con mod. nella L. 8 novembre 2012 n. 189, Legge Balduzzi.

Tra gli obiettivi delle nuove disposizioni viene prevista la “sicurezza delle cure e della persona assistita”, come si legge non solo nella denominazione della legge, ma anche nella rubrica dell’art.1 ed ancora nell’incipit del medesimo articolo. Tale finalità, che trova il proprio fondamento nel diritto costituzionale della salute ex art. 32 Cost., viene perseguita mediante l’insieme di attività volte “alla prevenzione” e alla gestione del rischio sanitario. Si tratta di obiettivi che il legislatore aveva già rappresentato con la Legge di Stabilità 2016 come un “Interesse primario” del SSN, in quanto il conseguimento di tali obiettivi consente una maggiore “appropriatezza delle risorse disponibili” e garantisce la “tutela del paziente” (art. 1, comma 538, L. 28 dicembre 2015 n. 208).

Viene, pertanto, rafforzata una politica di gestione dei rischi, nell’ottica della quale vanno ricondotti l’istituzione in ogni Regione del “Centro per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente” (art. 2, Legge Gelli-Bianco), che raccoglie i dati sui rischi e sul contenzioso a livello regionale, e l’istituzione dell’”Osservatorio nazionale delle buone pratiche sulla sicurezza nella sanità”, (art. 3, Legge Gelli-Bianco), che, acquisiti tali dati, ha il compito di individuare idonee misure di prevenzione e gestione del rischio.

È chiaro, in tale contesto, l’intento del legislatore di prestare una “tutela del paziente”, anticipata ad una efficace attività di prevenzione del rischio clinico, che dovrebbe tradursi negli obiettivi in uno strumento deflattivo del contenzioso.

In quest’ottica va inquadrata la disciplina della gestione del rischio sanitario, l’allocazione delle relative responsabilità e la corrispondente tutela del danneggiato.

In materia penale vengono ridisegnate le fattispecie di omicidio colposo ex art. 589 c.p. e di lesioni personali colpose ex art. 590 c.p., quando tali reati sono commessi “nell’esercizio della professione sanitaria”. L’art. 6 della nuova legge introduce l’art. 590 sexies c.p., ove, ferma restando la responsabilità del sanitario per negligenza ed imprudenza, viene introdotta una causa di non punibilità, qualora tali eventi si siano verificati a causa di imperizia, ma siano state rispettate le linee guida previste in materia e le buone pratiche clinico-assistenziali.

L’art. 5 della Legge Gelli-Bianco definisce le modalità di elaborazione e pubblicazione delle linee guida. Tanto tale norma quanto il successivo art. 6, introduttivo del nuovo art.  590 sexies c.p., fanno però salva la “specificità del caso concreto”.

Interessante la lettura data, a riguardo, dalla Corte di Cassazione, Quarta Sezione Penale, nella recente sentenza del 7 giugno 2017 n. 28187. La Corte, dopo un’ampia riflessione, che non ha mancato di evidenziare anche gli aspetti più controversi e contraddittori della riforma, chiarisce il significato delle nuove disposizioni proprio alla luce delle “finalità della nuova legge: sicurezza delle cure “parte costitutiva del diritto alla salute” e corretta gestione del rischio clinico”. Da una parte, la volontà di regolare lo svolgimento dell’attività sanitaria in modo conforme ad evidenze scientifiche controllate, per superare le incertezze avute in passato riguardo l’individuazione delle direttive scientificamente qualificate, dall’altro, la consapevolezza che si tratta pur sempre di direttive di massima, che devono confrontarsi con le peculiarità del caso concreto.

L’esatta interpretazione di tale disposizione è di fondamentale importanza, non solo perché esclude la punibilità in campo penale, ma anche perché la condotta del sanitario, valutata ai sensi dell’art. 5 della nuova legge e dell’art.  590 sexies c.p.,  introdotto dal successivo art. 6, diviene elemento, di cui il giudice terrà conto “nella determinazione del risarcimento del danno” in sede civile.

Sul piano civilistico l’art. 7 della Legge n. 24/2017 adotta il sistema del “doppio binario”, prevedendo la responsabilità civile sia della struttura che del sanitario, ma con disposizioni, che costituiscono oggi norme imperative, in cui sono diversamente disciplinate le due ipotesi di responsabilità.

La  struttura sanitaria risponde ai sensi degli artt. 1218 e 1228 c.c., pertanto, la responsabilità di quest’ultima viene inquadrata nell’ambito della responsabilità contrattuale. A riguardo, del resto, anche in passato si era avuto un orientamento uniforme, sia in dottrina che in giurisprudenza, che aveva ricondotto il rapporto tra struttura sanitaria e paziente al “contratto atipico di spedalità” (si veda, ex multis, Cass. sent. n. 21090/2015).

Diversamente per il sanitario, il quale, salvo che abbia agito nell’adempimento di un’obbligazione contrattuale assunta con il paziente, risponde del proprio operato ai sensi dell’art. 2043 c.c., quindi a titolo di responsabilità extracontrattuale. Viene, pertanto, superato il tradizionale orientamento, che aveva inquadrato la responsabilità del medico nell’ambito della responsabilità di natura contrattuale, e, specificatamente, “da contatto sociale” (Cass. sent n. 589/1999), orientamento ancora seguito da una parte della giurisprudenza anche dopo la Legge Balduzzi, in cui il richiamo all’art. 2043 aveva dato luogo ad alcuni contrasti giurisprudenziali anche all’interno di uno stesso Tribunale (cfr. Trib. Milano sent. 17.07.2014 n. 9693 e Trib. Milano sent. 18.11.2014 n. 13574).

Ricondurre la responsabilità del sanitario nell’ambito della responsabilità extracontrattuale anziché in quella contrattuale non ha, però, valenza meramente teorica, ma, al contrario, ha precise ripercussioni sul piano pratico. Diverso è, infatti, il termine di prescrizione entro il quale il paziente, che asserisce di aver subito un danno, deve agire: 5 anni in caso di responsabilità extracontrattuale, 10 anni in caso di responsabilità contrattuale. Diverso è anche il regime dell’onere della prova, che nel primo caso grava interamente sul soggetto danneggiato, mentre, nella seconda ipotesi, resta a carico del convenuto l’onere di dimostrare che la prestazione è stata eseguita in modo diligente, e che il mancato o inesatto adempimento è dovuto a causa a sé non imputabile, in quanto determinato da impedimento non prevedibile né prevenibile con la diligenza del caso.

Si è tentato, pertanto, almeno negli intenti, di concentrare la responsabilità, principalmente, in capo alle strutture sanitarie, queste ultime potranno poi proporre azione di rivalsa, ai sensi dell’art. 9 Legge Gelli-Bianco, nei confronti del sanitario, ma “solo in caso di dolo o colpa grave”, nel rispetto di precisi termini di decadenza. Si è così, almeno nelle intenzioni del legislatore, cercato di costruire un clima più sereno, in cui il sanitario può operare, e porre un freno alla c.d. “medicina difensiva”. In tale contesto va ricondotto anche un rafforzamento degli strumenti deflattivi del contenzioso in materia con la previsione, ai sensi dell’art. 8 della Legge cit., di una consulenza tecnica preventiva a scopi conciliativi, come condizione di procedibilità della domanda di risarcimento, ferma restando, in alternativa, la possibilità di esperire il procedimento di mediazione.

Per converso, si è cercato di garantire il paziente già nella fase di prevenzione e gestione del rischio, che dovrebbe tradursi negli obiettivi in una “sicurezza delle cure e della persona assistita”. Sul piano del contenzioso, ferma restando per il paziente la più favorevole disciplina della responsabilità contrattuale da far valere in capo alle strutture sanitarie, è stato previsto a livello normativo un generale obbligo di copertura assicurativa, tanto per le strutture sanitarie che per i sanitari, ed è stato istituito un Fondo di garanzia, che ne completa la tutela. Infine, in tale contesto è stata riconosciuta al soggetto danneggiato la possibilità di esperire un’azione diretta nei confronti delle rispettive imprese di assicurazione.

avv. Maria Stimoli

ELUSIONE ED EVASIONE : TRA L’ E-COMMERCE E LA SOPRAVVIVENZA


L’elusione e l’evasione sono dei fenomeni molto affini per lo scopo e gli effetti che raggiungono, cioè non versare al fisco quanto dovuto, con tutte le conseguenze macroeconomiche che ne derivano , ma hanno di per sé delle peculiarità molto diverse. Il fenomeno dell’elusione ha una portata ampia ed è attuabile con diverse tecniche, che apparentemente si presentano giuridicamente ineccepibili. Difatti, sebbene non sfuggano all’Amministrazione finanziaria gli artifici progettati minuziosamente da esperti della materia per raggirare il fisco italiano, non sempre è però possibile smascherare del tutto tali comportamenti, dovendosi dare prova che violino la legge. Si resta, dunque, in quella zona grigia, in cui non è semplice dimostrare  un comportamento  antigiuridico. Poiché  è necessaria la certezza del diritto per poter condannare un reato, ecco che in tema di elusione difficilmente si potrebbe parlare di reato. Da ciò ne deriva che la parte forte sarebbe il contribuente, poiché avrà il vantaggio di sfruttare la frammentarietà  della normativa  tributaria per costruire  sistemi  elusivi inattaccabili. La norma antielusiva racchiusa nell’articolo 37 bis del  Dpr 600/ 73, predispone delle fattispecie giuridiche che servono ad individuare  gli atteggiamenti distorti del contribuente. Strumentalizzare le leggi per ottenere un risparmio fiscale equivale concettualmente ad un reato, perché si approfitta di una condizione lecita al fine di conseguire un vantaggio economico, abusando di sgravi od esenzioni indebite. Negli ultimi anni, c’è stata e continua ad esserci, una forte attenzione al problema, perché il fenomeno ha preso delle  sproporzionate pieghe economico- sociali. Il mondo dell’e-commerce, degli affari virtuali è diventato quasi inaccertabile, per via di un sistema di controllo che risente dei limiti delle normative interne ed estere non ancora al passo con il mondo digitale. Infatti colossi economici come Amazon, Apple, Google, Facebook, Yahoo, sono la prova di quanto il nostro ordinamento sia facilmente raggirabile, le verifiche sono lunghe e farraginose ed alla fine, laddove sia dimostrabile la violazione dell’articolo 53 della Costituzione, si finisce sempre con il trovare accordi di favore, anziché punizioni, con il Governo, mediante sconti e stralci d’imposta, a danno dei contribuenti onesti (che magari non hanno mai usufruito di alcuno sconto). L’evasione, invece, è contemplata come reato, per il sol fatto che il contribuente manifesta coscienza e volontà a non versare al fisco il dovuto, non contribuendo al sostenimento della spesa pubblica. Non possiamo definirla, dunque, una tecnica od un raggiro, quanto piuttosto un mancato versamento dell’imposta od un occultamento od infedeltà della dichiarazione dei redditi. Dunque, tra elusione ed evasione esiste un divario di natura giuridica, che consente all’Amministrazione finanziaria di accertare, in tema di evasione, la sussistenza di una violazione alle norme tributarie e penali. In questo caso, infatti, la certezza del diritto rende più debole la posizione del contribuente evasore, non potendo, questo, aggrapparsi ad appigli normativi. Occorre però precisare che è il fisco ad esser soggetto all’onere della prova, quando l’evasione del contribuente, superate le soglie quantitative, ricade nelle sanzioni penali, mentre per le sanzioni amministrative tutto questo non accade, in quanto verranno irrogate comunque. Negli ultimi tempi, si sente parlare nei tribunali penali della cosiddetta “evasione fiscale di sopravvivenza”, legata essenzialmente ai motivi che hanno indotto ad evadere. Il punto centrale di questa riflessione (addotta dalla difesa nei tribunali), in pratica, è che non ci sia una volontà a fuggire dal fisco, quanto piuttosto una condizione dettata dalla necessità di evitare un danno peggiore. Se , ad esempio, l’imprenditore si trova nelle condizioni di dovere operare una scelta tra il pagare i salari ai lavoratori per continuare l’attività ed il pagare le tasse, e sceglie la prima opzione, i giudici potrebbero anche ritenere che il “fatto non sussiste” come reato penale.  Purtroppo però non tutti i tribunali hanno accolto quest’orientamento, evitando , a ragion veduta, di innescare meccanismi secondo i quali potrebbero essere giustificati comportamenti evasivi, con la possibilità di divenire, alla lunga, una tecnica per non incorrere in sanzioni penali. Inoltre, il “monitoraggio dell’evasione e delle spese fiscali” introdotto con il D.lgs 160/2015, consente di valutare il “tax gap”  tra quanto effettivamente incassato e quanto stimato di gettito in condizioni ottimali. Al Governo è affidato il compito di vigilare sul monitoraggio, presentando in Parlamento un Rapporto in cui sono evidenziate le statistiche Istat riguardo le stime di evasione, compresa l’economia sommersa. In conclusione, si può dire che lo Stato stia cercando di dare un giro di vite anche a tutti quei fenomeni che sono sottesi all’elusione ed all’evasione, utilizzando nuove tecniche di controllo, a volte anche un po’ pregnanti ed invasive della sfera privata, con l’auspicio che ciò possa fare da deterrente a chi non volesse partecipare al gettito erariale e che si possa non considerare un’utopia la ripartizione della spesa pubblica tra tutti coloro che producono reddito, perché  la soluzione più semplice ed immediata a questi problemi sarebbe ovviamente di “pagare tutti per pagare meno.”

Valeria Barbagallo

PAROLA ALL’ESPERTO


A cura della Dott.ssa Valeria Barbagallo

La problematica delle separazioni e dei divorzi più frequente è quella inerente il profilo patrimoniale ed economico, oltre che dei figli. Di seguito l’avvocato Renato Chizzoni spiega quali sono i criteri, secondo la recente normativa, per il calcolo oggettivo dell’ assegno divorzile.

IL NUOVO ASSEGNO DIVORZILE

Dell’Avv. Renato Chizzoni

L’assegno di mantenimento, in favore del coniuge separato, e l’assegno divorzile, in favore dell’ex coniuge, hanno avuto, da sempre, differenti finalità da soddisfare e diversi criteri di calcolo.

Il primo assegno, richiamato nell’art. 156 c. 1 c.c., è adottato tra marito e moglie il cui vincolo matrimoniale non è stato ancora sciolto, ed ha lo scopo di garantire al coniuge economicamente più debole, e che non disponga di redditi adeguati, un tenore di vita simile a quello goduto durante il matrimonio.

Trova la sua motivazione, seppure in forma attenuata, nel dovere di solidarietà materiale e morale, previsto col matrimonio, e l’obbligo derivante permane anche nel periodo della separazione, e sino al passaggio in giudicato della sentenza che pronuncia il divorzio.

Il Tribunale, dunque, per determinarne l’ammontare, dovrà valutare la disparità tra i redditi percepiti dai coniugi, il tenore di vita goduto dalla coppia durante il periodo matrimoniale che ha preceduto la separazione, l’effettiva capacità lavorativa del coniuge beneficiario, ed ogni altro elemento rilevante a tali fini.

L’assegno divorzile, invece, ha una natura esclusivamente assistenziale, è una diretta conseguenza dello scioglimento del vincolo matrimoniale ed è richiamato nell’art. 5 della legge n. 898/70, per il quale, al comma 6, quando il coniuge richiedente non ha mezzi adeguati o comunque è nell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, rigidamente valutate, “…il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio…”, quindi tenuto conto, al fine di stabilire l’adeguatezza o inadeguatezza dei mezzi, anche del tenore di vita goduto, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente un assegno a favore dell’altro.

In questo panorama da tempo consolidato e apparentemente immutabile, dopo circa ventisette anni di giurisprudenza costante, la recente sentenza della Corte di Cassazione, numero 11504 del 10 maggio 2017, ha sostanzialmente corretto il tiro, sul tema dei parametri da valutare ai fini della determinazione o revisione dell’assegno divorzile, escludendo il “tenore di vita”, perché ritenuto un criterio “non più attuale”, appartenente al tempo di un matrimonio ormai cessato, e ponendo l’accento, invece, sull’”indipendenza o autosufficienza economica” dell’ex coniuge richiedente, cioè sull’essere, o meno, questi possessore di redditi e di un patrimonio mobiliare e/o immobiliare, e sull’avere, o meno, la capacità e l’effettiva possibilità di un’attività lavorativa, in funzione della salute e dell’età, nonché la disponibilità di un’abitazione.

Dunque, l’ammontare dell’assegno divorzile in favore del coniuge richiedente, divenuto col divorzio “persona singola” e non più parte di un rapporto matrimoniale ormai estinto, non sarà più stabilito sulla base della ricchezza dell’altro, ma su parametri oggettivi, tendenzialmente validi per tutti i beneficiari.

La Corte di Cassazione ha affermato che, sposarsi è un atto di libertà e di auto responsabilità ed il matrimonio non può e non deve essere una sistemazione definitiva.

Ed in coerenza, con recente sentenza numero 6855 del 3 aprile 2015, Rel. Dogliotti, priva di incertezze e ambiguità, la Cassazione si era già espressa sull’assimilazione tra convivenza more uxorio e nuove nozze, quali eventi capaci di porre termine alla cd. solidarietà post-matrimoniale, espressioni entrambe di una “scelta esistenziale, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena del rischio di una eventuale cessazione del rapporto e, quindi, esclude ogni residua solidarietà post-matrimoniale da parte dell’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo”.

Da ultimo, la Suprema Corte, confermando la detta pronuncia dello scorso maggio, con la successiva sentenza numero 15481, del 22 giugno 2017, ha affermato che non è necessario un intervento delle Sezioni Unite per regolamentare ed escludere il parametro del “tenore di vita”, e che i nuovi principi, anche in sede di revisione, devono essere applicati d´ufficio dai Giudici che, nel decidere le cause, hanno l´obbligo di uniformarsi alle ultime novità in diritto.

Renato Chizzoni

IL PERSONAGGIO – MARCO NUNZIO RUBINO


SETTORE: IMPRESE E TERRITORIO

Imprenditore di successo, Marco Nunzio Rubino, da quest’anno è il Primo Cittadino di S.Agata li Battiati. La sua esperienza manageriale si percepisce dai discorsi, dal modo di esaminare i problemi, dalla signorilità nei modi di fare e dalla gentilezza verso tutti.

Del resto – sostiene – il Comune è come un’ Impresa familiare, composta dai cittadini che, come figli, devono essere seguiti, curati, istruiti, ma allo stesso tempo devono collaborare affinché tutti, con il loro contributo possano sentirsi parte attiva della comunità per migliorarla e renderla efficiente.

Grande seguace di Alcide De Gasperi, ha fatto propri alcuni concetti filosofici e politici. Ricordiamo che De Gasperi ha rappresentato il periodo democristiano migliore ed anche il più produttivo.

Marco Nunzio, racconta un po’ il suo percorso professionale e personale. Diviso tra studio e lavoro, inizia la propria gavetta nell’impresa di famiglia di  “Sistemi di alta Sicurezza”, con il ruolo di operaio. Si laurea in Scienze politiche e la sua mente aperta e ingegnosa lo porta a lanciarsi nel mondo imprenditoriale, uscendo dall’ambito familiare. Fonda un’Impresa di Edilizia Militare che lo porta ad allargarsi in punti chiave, dal sud al nord, della penisola.

Nel 2009 entra, inizialmente come socio, nella Banca coop. San Francesco, ma le sue abilità lo portano ad  entrare nel Consiglio di Amministrazione, ed è li che approfondisce, divenendone esperto, le competenze finanziarie e della cooperazione.

Latente, però, rimaneva la sua vocazione principale, quella per la politica.

Lui stesso si definisce uno studioso della “Scienza della politica”. In effetti, dai suoi studi ( nel frattempo consegue la seconda laurea in Giurisprudenza), si delinea un pensiero politico e filosofico ben diverso dal comune intendere.

Da Degasperiano puro, è un grande amante del “fare” e meno del parlare.

L’attività oratoria , come insegna Socrate, deve essere funzionale al fare, una descrizione dello stesso.

Chi si assume un impegno istituzionale , a qualsiasi titolo, deve ottemperarlo con diligenza e con il preciso obiettivo di “servire” chi ha deciso di volerlo lì , in quel ruolo.

In effetti, la cittadina di S.Agata li Battiati , non sta facendo altro che parlare di sé. Su alcuni quotidiani, ultimamente, leggiamo spesso le migliorie apportate alla sua comunità, ad esempio sulla viabilità, sulla pubblica illuminazione, nelle scuole, come l’ultimo progetto di ristrutturazione dell’asilo comunale, il futuro teatro, etc.

Eppure, va ricordato che la situazione economica lasciata dalla precedente amministrazione, non era certamente tra le migliori. Grazie alla sua esperienza, di chi sa entrare nel core business di un’impresa, e di chi sa gestire i finanziamenti ed il management, grazie alla sua vocazione di sentirsi “servo”e “padrone” della sua comunità, , di chi sa ascoltare pazientemente e sempre col sorriso i problemi di tutti, Marco è entrato nel cuore di tutti i Battiatoti e non solo.

Un altro obiettivo , forse tra i più nobili, è quello di creare delle nuove opportunità di lavoro per tutti, dai giovani a quelli meno giovani, con consistenti incentivi. Bisogna però partire dal presupposto che alcuni  stereotipi devono essere modificati, come quello del posto fisso, spesso culla di adagiamento e deprivazione di inventiva. Bisogna sempre puntare sulle proprie capacità e sul proprio know how.

Inoltre proprio per incentivare i giovani a fare impresa, vuole lanciare un messaggio molto importante, anche attraverso iniziative ad hoc. Ovvero quello di non avere paura di intraprendere un’attività, spaventati dal pensiero che affligge molti: la paura delle estorsioni, il cosiddetto “pizzo”.

Ha già avuto un’esperienza personale in tal senso, nel 2001 e da quell’esperienza ne è uscito fortificato, perché come sostiene – ha vinto lo Stato – grazie all’immediata denuncia fatta alle autorità ed alla collaborazione delle associazioni antiracket.

La mission dell’Imprenditore, Sindaco, Filosofo, Padre, e Uomo, Marco Nunzio Rubino, in questo contesto, è quello di restituire ai giovani dignità professionale, perché cambiare si può se a volerlo si è in tanti!

La redazione di Acicastello on line ringrazia il Dott. Marco Nunzio Rubino  per l’intervista concessa.

Valeria Barbagallo

PAROLA ALL’ESPERTO


a cura della dott.ssa Valeria Barbagallo

Un problema ricorrente è quello dei pagamenti tardivi , o mancati pagamenti delle quote condominiali. Spesso è considerata una spesa del management familiare di secondo ordine, senza valutare l’importanza del vivere civile in un contesto condominiale. Di seguito la disamina dell’avv. Orazio Arena, sulle novità apportate dalla nuova “Riforma del Condominio”.

IL RECUPERO DEI CREDITI VERSO I CONDOMINI MOROSI

dell’Avvocato Orazio Arena

La Riforma del Condominio (entrata in vigore il 18 Giugno 2013) ha ampliato i poteri dell’amministrazione condominiale, che acquisisce maggiore autonomia per agire nei confronti di coloro che non corrispondono le spese dovute.

Nello specifico, l’art. 1129 del codice civile impone all’amministratore  di agire per la riscossione forzosa delle somme dovute dagli obbligati entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio nel quale il credito esigibile è compreso, senza bisogno di essere autorizzato dall’assemblea condominiale.

In virtù dell’art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile, l’amministratore può ottenere un decreto ingiuntivo, provvisoriamente esecutivo, nei confronti del condomino moroso, alla sola condizione che l’assemblea abbia approvato i bilanci e il relativo stato di ripartizione, ossia la distinzione delle spese in “capitoli” e la loro suddivisione fra i singoli condomini. Il verbale assembleare che approva lo stato di ripartizione dei contributi, pur non avendo di per sé valore di titolo esecutivo, ha una qualità probatoria privilegiata che vincola il giudice dell’ingiunzione alla concessione della clausola di immediata esecutività, se richiesta.

Prima di procedere al deposito di un ricorso per ingiunzione di pagamento, prassi vuole che sia inviato al condomino moroso un sollecito di pagamento direttamente dall’amministratore, oppure dall’avvocato investito della pratica di recupero crediti.

Si tratta, come detto, di una prassi che non è obbligatorio seguire.

Ciò vuol dire che l’amministratore potrebbe provvedere a richiedere, per il tramite del legale, direttamente il decreto ingiuntivo, senza formale messa in mora.

Tanto si desume leggendo l’art. 1219, secondo comma n. 3, del codice civile, a mente del quale la costituzione in mora non serve quando il termine di pagamento (solitamente il preventivo approvato indica la scadenza delle singole rate, così come il consuntivo il termine di pagamento dei conguagli) è scaduto e l’adempimento deve essere effettuato presso il domicilio del creditore (nel caso di condominio coincidente con lo studio dell’amministratore).

Rispetto alla fase stragiudiziale di recupero del credito è bene precisare due aspetti su questioni ricorrenti:

a) il costo del sollecito di pagamento inviato dall’amministratore, salvo adempimento spontaneo da parte del condomino, non può essergli addebitato con decisione assembleare che lo veda contrario;

b) le competenze richieste dall’avvocato per la prestazione della propria opera, in mancanza di provvedimento giudiziale di condanna, gravano sul condominio (il cliente dell’avvocato) sulla base dei millesimi di proprietà escluso il condomino moroso (in questo caso controparte del condominio).

Contro il decreto ingiuntivo, ricorda l’art. 645 del codice di procedura civile, è possibile proporre opposizione entro quaranta giorni dalla data di notificazione.

L’opposizione non sospende la provvisoria esecutività, ove sia stata concessa, ma chiaramente con la stessa è possibile richiederla.

Il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo condominiale non deve essere confuso con uno strumento di contestazione della delibera.

Al riguardo la giurisprudenza è chiarissima: mentre il giudizio di opposizione serve a verificare l’esistenza e l’efficacia della delibera su cui si fonda, ma non ha nulla a che vedere con la valutazione della validità del deliberato, chi invece ritiene una delibera viziata la deve impugnare nei modi e nei tempi previsti dall’art. 1137 c.c. (eventualmente anche con una domanda riconvenzionale nell’ambito del procedimento di opposizione al decreto, ove ne ricorrano i presupposti).

In buona sostanza, nel giudizio di opposizione il condomino può contestare il credito affermando che la delibera sul quale si fonda è stata sostituita da un’altra, che il pagamento era già avvenuto, ma non che la delibera è viziata perché non è stato convocato, per errori nella procedura di convocazione, ecc.

Durante l’evolversi dell’iter giudiziario per il recupero dei crediti nei confronti del condomino moroso, è previsto che le spese mancanti debbano essere pagate dagli altri condomini: il fatto che chi è in regola debba accollarsi le quote del moroso, è considerato dai più come una grande ingiustizia.

In condominio, il problema di base è che gli effetti del debito accumulato da alcuni condomini (ad esempio la sospensione dell’erogazione di un servizio) ricadono su tutti. Fa eccezione il caso in cui i contratti di fornitura siano singoli.

Ma come calcolare tali spese? Queste saranno ripartite tra tutti in percentuale ai millesimi – quelli relativi al tipo di spesa affrontata – ricalcolati con l’esclusione del moroso stesso.

Si specifica che, a seguito della recente riforma del condominio, l’amministratore si trova nella condizione di dover trasmettere ai creditori insoddisfatti i nominativi e le quote di debito dei morosi. Per quale motivo? In modo tale che possano agire esclusivamente contro chi non ha pagato e, solo se il tentativo fallisce, verso l’intero condominio.